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Storie a scatti: Fotografe

Fino al prossimo  8 gennaio la Barchessa di Villa Giovannina ospiterà la mostra Storie a Scatti: Fotografe. Le protagoniste delle arti visive dal primo dopoguerra ad oggi. La retrospettiva, inaugurata ieri sera, è organizzata dal Comune di Villorba in collaborazione con l'Associazione Culturale Mandr.agor.art. La rassegna, che è a cura di Maria Francesca Frosi e di Dionisio Gavagnin, nasce come omaggio alla creatività femminile, sia in termini tecnici sia tematici.


La produzione artistica femminile si distingue da quella maschile per una specificità determinata da una sensibilità distinta per ragioni di natura, di cultura e di ruolo societario. Così la mostra si trasforma in un’indagine sulla specificità dello sguardo femminile che punta i riflettori sulle conquiste e i contributi che la donna ha apportato nella storia delle arti visive attraverso quattro capitoli (Ricerca del sé fra identità femminile e ruoli sociali, Simpatie, Donne moda e costume, Sul Pezzo. Dentro all’attualità) raccontati in 100 opere originali e vintage, realizzate da altrettante importanti fotografe, da Tina Modotti a Gerda Taro, da Lisette Model a Diana Arbus e artiste, da Gina Pane a Marina Abramovic, da Ketty La Rocca a Sophie Calle. La mostra rimarrà aperta dal lunedì al venerdì dalle ore 16:00 alle ore 20:00. Il sabato, la domenica e i festivi dalle ore 10:00 alle ore 20:00, mentre il giorno di chiusura sarà il martedì. Il biglietto intero è di 7 euro, il ridotto (-26 anni, +65 anni) di 5 euro, il ridotto (+7, - 14 anni e residenti nel Comune di Villorba) è di 2 euro. Le visite guidate costano 7 euro a persona. Il catalogo di 204 pagine, edizioni Mandr.agor.art costa 10 euro.

La mostra ha il patrocinio della Regione Veneto e della Provincia di Treviso.

Friendly partner: Punto Informatico.



APPROFONDIMENTI


Introduzione alla Mostra

 

Fino al 1700 sono rari i casi in cui la donna può esercitare liberamente le proprie capacità artistiche, sottoposta alle dinamiche di un mondo che la rilega alla vita domestica e al suo ruolo di madre. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, con gli uomini impegnati a combattere al fronte, il mondo dell'industria è alla ricerca di manodopera e apre le porte delle fabbriche alle donne. È il lavoro salariato che permette alla donna di uscire dalle mura di casa e ottenere quell'indipendenza economica che, con l'accesso all’istruzione, è colonna portante sulla quale la donna edificherà, non senza ostacoli e difficoltà che durano tutt’ora, la propria figura moderna: una persona libera di esprimersi anche in campi sino ad allora preclusi.



Tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, un numero crescente di donne inizia a misurarsi con le professioni intellettuali e con gli strumenti della cultura e dell’arte. Le donne si avvicinano alla fotografia e alle arti visive, iniziano ad esprimersi in campo culturale ed artistico, scavando in un mondo dominato dalla cultura maschile, trovano motivi di critica e di contestazione, manifestando una diversa sensibilità, un diverso modo, femminile, di concepire e di vivere il mondo. La produzione artistica femminile si distingue da quella maschile per una specificità determinata da una sensibilità distinta per ragioni di natura, di cultura e di ruolo societario. Da un lato la donna è influenzata dal suo essere madre, che la rende empatica e sensibile alla sopravvivenza e al benessere umano nel mondo, vera e propria missione, donazione ai limiti del sacrificio, amore e cura della specie. Un modo di vedere il mondo che si concretizza nel ‘900 grazie ad una maggiore maneggevolezza delle attrezzature fotografiche, che permette a numerose donne di dedicarsi alla fotografia. Emerge la poetica femminile dell’empatia: fotografie e opere d'arte che si distinguono per uno sguardo particolare, amorevole nei confronti dell’umanità. I temi sono gli stessi della fotografia documentaria e sociale ma l’occhio femminile che vede e seleziona il soggetto è vellutato, commosso, ed il soggetto emerge dall’immagine come avviluppato da un pathos particolare frutto di una pìetas che sembra comprendere, proteggere, amare. Bambini, famiglie, amici, costituiscono uno dei soggetti più frequentati della fotografia femminile dell’empatia: tema frequente in Dorothea Lange, Lisette Model, Denise Bellon, Germaine Krull, Gerda Taro, Eva Besnyő, e, nel secondo dopoguerra, in Diane Arbus, Lisetta Carmi, Zofia Rydet, Alla Esipovich. Empatia umana che si ritrova anche nelle immagini di violenza, di guerra, di emigrazione, di paura di fotografe reporter come Letizia Battaglia, Christine Spengler, Françoise Demulder o di artiste come Yto Barrada.

Un più universale e onnicomprensivo sentimento di empatia è invece quello che alimenta la creatività di artiste come Tina Modotti, Anne Biermann, Gina Pane, Barbara Leisgen, Roni Horn, Catherine Opie, Paola De Pietri. Attraverso il loro sguardo il paesaggio si trasforma in territorio, nello spazio aperto ed amico di un'umanità finalmente liberata da costrizioni, confini, conflitti.

Il secondo tema dominante della fotografia al femminile riguarda l’identità della donna nel contesto societario. Il percorso di emancipazione non poteva che partire dalla denuncia dello stato di subordinazione al quale era costretta, per poi cercare in sé, e talvolta nel collettivo femminista, gli elementi di una diversa soggettività: la conquista di un proprio ruolo nel mondo. Alcune artiste fotografe ci introducono in questo processo, a volte esaltante e altre volte doloroso, di ricerca della propria identità, tra gli ostacoli di leggi, abitudini e principi morali di una civiltà dominata da una cultura maschile, difficile da scalfire. Che si tratti di una sofferta introspezione ai limiti del sogno o della follia, come nelle foto di Grete Sterne, Francesca Woodman, Ketty La Rocca, Katharina Sieverding, Sophie Calle, Nan Goldin, Maria Michałowska, Teresa Tyszkiewicz; o del rapporto uomo-donna nei suoi risvolti sessuali e di potere, come in Olga Spolarics (Atelier Manassé), VALIE EXPORT, Marina Abramović, Verita Monselles, Odinea Pamici, Renate Bertlmann, Natalia LL, o, infine, nella denuncia dei ruoli minoritari e stereotipati, o di comportamenti “alla moda”, a cui la donna viene costretta da leggi maschiliste e dal mercato, come in Cindy Sherman e Gretta Sarfaty, le loro immagini colpiscono l’osservatore per un radicale rifiuto della figura tradizionale di donna e per il loro carattere provocatorio, oltre che per una toccante aspirazione ad una condizione di piena realizzazione della persona. Lato, quest’ultimo, della loro arte che in qualche modo chiude il cerchio della poetica al femminile e che ci fa concludere che empatia e ricerca di una nuova  identità di genere siano, in realtà, le due facce della stessa medaglia.


 

 

I CAPITOLI 

La mostra Storie a Scatti: Fotografe affronta le tematiche dell’empatia e della ricerca dell’identità femminile attraverso quattro capitoli.


 1. La Ricerca del sé fra identità femminile e ruoli sociali

 

La fotografia è per la donna strumento di riflessione sul significato della propria identità sociale. Attraverso la sperimentazione del mezzo fotografico la donna infatti rinnega il tradizionale e passivo ruolo sociale di moglie e madre - per secoli attribuitole - per cercare all’esterno della dimensione domestica una più articolata partecipazione alla vita sociale. Il tema del corpo della donna viene introdotto in fotografia nella metà degli anni 20 del ‘900 dalla personalità rivoluzionaria di Claude Cahun, poetessa ed artista surrealista, che ci offre per prima lo sguardo di una nuova identità femminile sensuale ed emancipata, attraverso la realizzazione di immagini ambigue, inquiete, dalla potente drammaticità teatrale. Cahun porta in scena una donna trasgressiva e ben lontana dagli stereotipi della maternità e del lavoro domestico. Una ricerca perseguita anche a Vienna dall’Atelier Manassé, dove Olga Spolarics e il marito realizzano immagini attraverso la giustapposizione di nudi femminili ed elementi scenografici insoliti. Il corpo femminile viene paragonato ad un oggetto, come una zolletta di zucchero, investendo l’immagine di un pensiero critico: una riflessione sul ruolo di subordinazione della donna nella società. La ricerca del sé femminile avanza dal secondo dopoguerra grazie all’accesso della donna al mondo del lavoro. La possibilità di godere di un proprio salario è conquista d’indipendenza e comporta la necessità di denunciare la condizione di segregazione e subordinazione sociale a cui è da sempre sottomessa. Le contestazioni si inaspriscono dalla comparsa sulla scena artistica di artiste come Valie Export, Marina Abramović, Cindy Sherman, Francesca Woodman, Odinea Pamici, Verita Monselles, Renate Bertlmann e molte altre presenti in questa sezione. La riflessione sul corpo femminile è il comune denominatore da cui si origina l’arte di queste artiste, che rifiutano gli stereotipi della cultura dominante e rivendicano un nuovo ruolo all’interno della società.

Artiste che diventano performer, soggetti stessi della loro fotografia, collocandosi dietro, ma anche davanti all’obiettivo con nuove sembianze, che rifiutano il divario fra generi. Una ricerca del femminile in grado di superare non solo la subordinazione della donna, ma anche i limiti dell’identità di genere per approdare ad un mondo nuovo e più giusto, in cui regna il valore dell’uguaglianza e dove scompaiono del tutto esclusione e segregazione.

 

2. Simpatie

 

Nel senso comune il sostantivo simpatìa significa ai giorni nostri percepire una situazione in maniera simile ad un’altra persona. Ma, nell’antica Grecia, presso gli Stoici, la simpatia (dal greco syn-patheia, sentire insieme)non si esauriva nel sentire umano comune, nella sintonia di sentimenti, ma costituiva bensì una forza cosmica che pervadeva ogni creatura vivente e ogni entità inanimata. L’universo tutto era sollecitato da una grande comune Anima, un soffio vitale spirituale (pnèuma), che faceva vibrare e comunicare all’unisono uomini e cose.

Questa concezione estesa della simpatia, aggiornata dalle scoperte scientifiche che si succedettero nei secoli, si riscontra a partire da molta arte preistorica sino ai nostri giorni, con una particolare enfasi attribuita ad essa, in epoca moderna, nel pensiero e nella pratica del Trascendentalismo americano e del Romanticismo europeo. In fotografia, pur potendo vantare esso maestri quali Gustave Le Gray, con i suoi Alberi e i Mari, realizzata tra il 1856 e il 1958, e Peter Henry Emerson, in specie con il capolavoro  Marsh Leaves del 1895, questo sentire si è espresso con maggiore intensità attraverso la sensibilità femminile. Un modo di sentire, la simpatìa, che scaturisce dalle radici stesse dell’essere femminile, dal suo originario e radicato sentimento materno, che tutto può comprendere ed amare. Nella visione fotografica al femminile la simpatìa supera gli ostacoli delle avversità mondane e della apparente inerzia della materia di cui sono fatti il mondo e le cose: dalla ricerca di una fusione con la natura, che è anche atto di materna protezione, come ad esempio in Tina Modotti, Roni Horn, Silvia Camporesi; alla immedesimazione empatica con l’altro, come in Berenice Abbott, Germaine Krull, Laure Albin Guillot, Lisetta Carmi, Alla Esipovich; sino ad una visione etico-estetica degli stessi oggetti manufatti, o addirittura verso forme astratte e di pura invenzione, come in Florence Henri, Marta Hoepffner, Lotte Jacobi, Ketty La Rocca. Questa visione del mondo, oltre a prefigurare un ideale universo materno, contribuisce ad elevare il pensiero e l’azione femminile verso un approccio sperimentale che saggia le opportunità metamorfiche del reale, come nelle immagini scientifiche di Berenice Abbott e di Laure Albin Guillot, o nelle prime fotografie a colori degli anni 30 di Madame Yevonde.

 

3. Donne, moda e costume

 

La fotografia di moda o di eventi mondani non ha mai trovato presso la critica “seria” una attenta valutazione. Parte essenziale del discorso pubblicitario o del “gossip”, essa è sempre stata considerata strumentale agli interessi commerciali o della deteriore informazione mass-mediatica, ed esclusa per questo dalla elevata torre dell’arte. Se per gran parte della produzione di questo genere non si può non concordare con tale assunto; bisogna tuttavia ammettere che spesso la creatività fotografica si è espressa nell’ambito dell’universo moda-costume in modi stilisticamente innovativi, talvolta anche annunciando o anticipando tendenze forti e permanenti del pensiero e del costume collettivo. Un solo esempio tra tanti basterebbe per confermare ciò: è il caso, in Italia, della fotografia dei “Paparazzi” tra gli anni 50 e 60; uno stile fotografico “volante”, che prima non esisteva, fatto di immagini rubate, colte al volo, spesso mosse, sghembe, e che pure rappresentavano a loro modo la vivace curiosità e la voglia di leggerezza di una Italia che usciva distrutta ed incupita dalla guerra. Le fotografie di questa sezione confermano un particolare acume femminile nello scandagliare modelli (testimonials o influencers che siano), situazioni e comportamenti “alla moda”, spesso denunciando l’abbruttimento psico-fisico e morale a cui essi inducono. L’appello di queste fotografie è per la dignità della persona, ed anche quando l’immagine presenta ambienti, abiti, o esibizioni, vince su tutto il richiamo ai canoni della compostezza, della eleganza, della bellezza.

In Yva e in Madame D’Ora ad esempio, ma anche nelle immagini più vicine a noi di Sarah Moon, di Barbara Morgan, di Candida Höfer e di Miriam Bäckström, persone, cose ed ambienti assumono un’aura trasognata che rinvia, per suggestione, ad un equilibrio estatico ed universale, tutt’altro che mercificato e mondano.

E dove è evidente la critica ai costumi contemporanei come in Diane Arbus e in Nan Goldin, si intravede comunque  al di sotto dell’ironia o della esplicita denuncia, un fondo di compassione, il desiderio di tendere la mano, di alleviare la sofferenza dell’altro, il freudiano “disagio della civiltà”.

 

4. Sul Pezzo. Dentro all'attualità

 

Un’attitudine all’empatia è rintracciabile nell’impegno che le donne fotografe hanno dimostrato nel campo della fotografia documentaristica e di contenuto sociale e politico. Già dai primi anni del ‘900  le  donne sono impegnate nella denuncia delle diseguaglianze sociali e nella partecipazione attiva sul campo agli eventi bellici più significativi del secolo. Margaret Bourke White è considerata la prima fotoreporter di guerra: unica tra i fotografi americani ad ottenere il permesso di scattare un ritratto a Stalin, è tra i primi ad accedere ai campi di concentramento dopo la liberazione ed è considerata la capostipite della fotografia aerea, grazie agli scatti dei bombardamenti colti dagli aerei dell’areonautica americana. Leni Riefenstahl è famosa non solo per le sue fotografie delle Olimpiadi di Berlino del 1936, ma anche per il suo ruolo di regista ufficiale di Hitler. Gerda Taro, meglio conosciuta come compagna di Robert Capa, documenta le vicende della Guerra Spagnola, i giorni di quell’insurrezione popolare contro la dittatura franchista che le costerà la vita - a causa di un incidente durante la ritirata dalla battaglia di Brunete - a soli 26 anni. Lezioni che vengono apprese anche dalle fotoreporter degli anni 60 e 70, come testimoniano le spettacolari fotografie scattate a Beirut nel 1976 da Francoise Demulder, vincitrice del Word Press Photo of the Year, e al bombardamento di Phom Phen dell’aprile 1975 da Christine Spengler. La palermitana Letizia Battaglia, fotografa e giornalista, definita “la fotografa di Mafia”, è la prima a documentare l’orrore delle scene dei delitti mafiosi in Sicilia. Tra le pioniere delle fotografia sociale troviamo Dorothea Lange e Marion Post Wolcott, uniche donne che partecipano al gruppo fotografico della Farm Security Administration, agenzia di Stato statunitense istituita da Roosevelt per documentare le drammatiche condizioni della popolazione americana durante gli anni della crisi economica del ‘29.

L’attitudine all’impegno politico e sociale è evidente anche nei lavori di artiste postere, che fondono la fotografia ad altri linguaggi attraverso un approccio multidisciplinare, come nelle opere che immortalano le performance di denuncia di artiste come Núria Güell. Un’empatia che non si limita alla denuncia delle condizioni di segregazione sociale dei più deboli, ma che denota un impegno anche nell’osservazione dei cambiamenti del mondo circostante e nella tutela del Paesaggio, come nell’opera di Kateřina Šedá o negli scorci aerei scattati da una mongolfiera da Paola De Pietri.

 

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